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I BHI JINAH (I Bigini)
di Franco Santoro
Il termine Bhi Jinah (o Bigini) costituisce un riferimento strategico che la mia tradizione impiega per identificare le entità dimoranti negli spazi vuoti esistenti tra le forme fisiche percepibili alla visione umana ordinaria. Si tratta di entità apparentemente invisibili che occupano aree comunemente definite come nulla, vuoto o niente. Uno dei loro scopi consiste nell’attirare l’attenzione verso la pienezza di tale nullità e nel rendere gli esseri umani coscienti della connessione e dell’unità che esiste tra ogni cosa. I Bhi Jinah rappresentano una sorta di colla spirituale intesa a mettere insieme pezzi frammentati. Sono gli elementi di collegamento della rete della vita. In questo contesto vengono intesi come il ritorno all’oceano primordiale che tiene unito tutto ciò che esiste. Il loro ruolo è essenziale in ogni tipo di relazione. Quando due o più persone riconoscono tali esseri e li incoraggiano a partecipare attivamente nel loro rapporto, accadimenti estremamente significativi possono avere luogo. Per acquisire consapevolezza dei Bhi Jinah, l’unica condizione è quella di accettare di vederli. Alcune situazioni o pratiche favoriscono questo processo. Solitamente percepisco i Bhi Jinah come gioiosi pupazzi viventi o cartoni animati provvisti di sagome distinte. Alcuni indossano berretti a forma conica o speciali tute su cui risalta l’effige di un cono. Io li scorgo sovente mentre si divertono e sorridono beatamente. Talvolta, specialmente quando operano in particolari situazioni ambientali, possono anche risultare piuttosto chiassosi e concitati. In vero nei cosiddetti spazi vuoti, oltre ai Bhi Jinah, esistono anche altri esseri, come i Graha, i Sadoha, i Paheka, ecc. Ebbene, non ho intenzione di trattare tutte le tipologie…. Una cosa da tenere in mente è che, nel contesto sciamanico, tutto quello che vedo è il risultato di ciò che ho scelto di vedere. I Bhi Jinah mi hanno insegnato questa lezione. Se mi guardo attorno, osservo che la maggior parte degli spazi che occupano il mio campo visivo sono apparentemente vuoti e non occupati da forme fisicamente percepibili. In verità, da una prospettiva sia spirituale che scientifica, nulla è realmente vuoto o privo di significato. La mente convenzionale accetta di vedere solo ciò che supporta la sua concezione del mondo e rifiuta di riconoscere quello che non rientra in tale concezione. Questo è il motivo per cui i Bhi Jinah non sono facilmente visibili: essi frantumerebbero l’intera fondazione su cui si basa la percezione ordinaria della realtà. Sin da bambino solevo notare cose ed esseri a cui i miei parenti e conoscenti parevano non dare alcuna importanza. All’inizio ero certo che, siccome ero ancora troppo piccolo, i miei famigliari fingevano di essere estranei alle mie osservazioni semplicemente perché esse erano una faccenda riservata solo agli adulti. Si trattava quindi di un mistero appositamente tenuto segreto e rivelato solo più avanti negli anni. Questa era la mia convinzione. In effetti notavo che vi erano diverse cose a cui si poteva accedere solo al raggiungimento di una determinata età. Per esempio andare alla scuola elementare, passare alla scuola media e poi a quella superiore, ricevere il sacramento della comunione, vedere i film vietati al cinema, ecc. Un traguardo che per me rappresentava il culmine di questo processo era il compimento del diciottesimo anno. Quell’età costituiva il massimo della trasformazione possibile poiché consentiva di essere dichiarati adulti a tutti gli effetti e di non essere esclusi più da nulla. Pensavo quindi che per ricevere la rivelazione delle informazioni riguardo l’effettiva natura dei Bhi Jinah e di altri temi misteriosi, nonché delle caratteristiche del mio autentico scopo nella vita, si trattava semplicemente di aspettare quel fatidico momento. Al raggiungimento del diciottesimo anno immaginavo che una speciale autorità ecclesiatica e governativa avrebbe organizzato un incontro apposta per me. Accompagnato dai miei genitori, mi sarei recato in un luogo segreto e tutti i misteri dell’esistenza mi sarebbero stati trasmessi. Quindi, prima di quel giorno cruciale, occorreva solo essere pazienti e attendere. Nel frattempo potevo rilassarmi e frequentare i bambini della mia età. Questi non parevano mostrare molto interesse verso i temi a me cari e tendevano a coinvolgersi in attività di cui proprio non comprendevo il senso (calcio, pallacanestro, bigliardino, motociclette, ecc.). L’unica eccezione era data da un gruppo di amici che frequentavano il cortile del mio palazzo sito in via Oslavia 5 a Bologna. Con loro solevo praticare uno dei miei giochi preferiti. Si trattava di sedere insieme sul davanzale di una finestra e fingere di essere a bordo di una navicella spaziale. Quale eccitazione! Ebbene, dal mio punto di vista, l’intero edificio dove abitavo era davvero una nave spaziale. Ne consegue che, mentre giocavo con i miei compagni, potevo avere la rara opportunità di condividere la mia percezione della vita. Quindi mi sentivo intristito ogni qual volta il gioco terminava ed ero forzato ad occuparmi di cose aliene, come fare i compiti, andare a scuola, mangiare la minestra o la carne, visitare i parenti, ecc. Quale sforzo dover compiere tali azioni! Riuscivo ad accettarlo solo perché in questo modo, in base a quanto mi veniva detto, avrei avuto dirittto a diventare adulto e a ricevere la conseguente iniziazione ai misteri della vita. Tuttavia, quando mi trovavo da solo, potevo finalmente godermi la compagnia dei Bhi Jinah e della nave spaziale. Trascorrevo lunghe ore conversando con esseri di ogni sorta, disegnando mappe di paesaggi multidimensionali, visitando luoghi meravigliosi, ecc. Al fine di non creare sospetti tra gli adulti, fingevo di fare i compiti o di giocare con degli stupidi balocchi. Ero molto attirato dai Bhi Jinah e da altre faccende poco ordinarie, e spesso provavo a chiedere delucidazioni ai miei genitori o parenti. Questi rispondevano fornendo spiegazioni per me incomprensibili e, poiché mostravo di non riuscire a capire i loro discorsi, aggiungevano che si trattava di raggiungere l’età adulta. Di conseguenza il mondo degli adulti esercitava un grande fascino per me e tutti i servizi o prodotti che esponevano il marchio “solo per adulti” rappresentavano un’aspirazione agognata. Con molta curiosità ascoltavo le conversazioni dei grandi. Nei giorni festivi i miei genitori incontravano parenti o amici ed insieme passavano diverso tempo a discorrere. In vero il loro linguaggio era per me assai arduo da comprendere. E poi c’era anche la questione dei dialetti. Mia madre parlava sovente il dialetto bolognese con i suoi parenti o amici, mentre mio padre, seppure più raramente, impiegava quello siciliano con i suoi famigliari. Quando io partecipavo a tali incontri ero certo che i temi trattati erano quelli che mi stavano a cuore. Di conseguenza aspiravo molto a raggiungere l’età adulta o a “diventare grande” per essere così in grado di comprendere i misteri dell’esistenza. Il primo passo a questo riguardo, mi veniva detto in continuazione, consisteva nel “fare il bravo bambino”, “mangiare tutto senza fare storie”, e altre regole di base. Si trattava inoltre e soprattutto di andare a scuola e studiare. I miei genitori lo ripetevano spesso. Tuttavia la mia curiosità era inarrestabile e le mie domande incessanti. I miei genitori parevano mettercela tutta al fine di fornire risposte adeguate per la mia età. Nei loro tentativi di spiegazione avvertivo un crescente disagio. Un giorno infine accadde qualcosa di molto importante. Essi mi raccontarono una storia commovente. Mi dissero che quando erano piccoli come me la loro situazione era ben diversa. In quei tempi, a causa della guerra e della povertà, non c’era possibilità di studiare. Essi mi dissero: “I nostri genitori non potevano permettersi di mandarci a scuola. Sin da piccoli abbiamo dovuto lavorare. Purtroppo non siamo in grado di dare una risposta a tutti i tuoi quesiti. Tuttavia, faremo del nostro meglio in modo che tu possa andare a scuola, studiare e imparare ciò che è importante nella vita”. Quale onestà e amore vidi emanare da quelle parole! Provai una grande ammirazione per i miei genitori e compresi anche il motivo per cui la vita continuava a rimanere per me ancora un mistero. Non potevo aspettarmi che i miei genitori mi insegnassero certe cose perché essi stessi ammettevano di non conoscerle bene. Fortunatamente, poiché i miei genitori mi volevano molto bene ed erano decisi a farmi studiare, avrei imparato tutto a scuola. Di conseguenza iniziai i miei primi anni di scuola con molta eccitazione. Fui molto deluso quando mi resi conto che in effetti nessuno nell’ambiente educativo pareva occuparsi del tema dei Bhi Jinah o delle navi spaziali. Ritenevo che forse si trattava di una materia riservata a scuole più avanzate. Feci quindi del mio meglio per essere promosso onde accedere alla scuola media. Anche questo passaggio risultò poco concludente. Allora la mia aspirazione divenne la scuola superiore e in seguito l’università. Purtroppo tutte queste esperienze educative risultarono assai deludenti e frustranti. Ciò che veniva richiesto di studiare non aveva per me alcun senso, sebbene paresse possedere un grande valore per chi mi attorniava. Allo stesso tempo i temi a cui ero affezionato non sembravano avere alcun senso per gli altri. Solo in seguito, mediante la connessione con le mie guide spirituali, principiai a ricevere le prime agognate risposte. Esse non giunsero dall’ambiente educativo, dalle autorità religiose, né da parenti, conoscenti, amici e nemmeno dalla televisione o dalla radio. Ebbi un primo bagliore di queste conoscenze nel 1976. E’ una lunga storia che ancora sto mettendo insieme. Guardando indietro alla mia vita ora, posso solo gioire del fatto che il mio passato inizia ad avere molto senso. Questo mi consente di essere enormemente grato ai miei genitori, la mia famiglia, l’ambiente educativo, quello religioso e tutti coloro che ho incontrato nella mia esistenza. Grazie assai per avermi fornito preziosi insegnamenti, per avermi accompagnato amorevolmente lungo il sentiero, per essere beatamente vivi nelle mie memorie, per dimorare nell’eterno glorioso presente.
© Franco Santoro 1996 (traduzione in italiano tratta da Franco Santoro, Astroshamanism: The Voyage through the Zodiac, Findhorn Press, 2003)
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